La crisi pakistana

La Corte Suprema ha ordinato l'arresto del primo ministro, ieri migliaia di persone hanno protestato guidate da un giurista che è una specie di celebrità

La Corte Suprema del Pakistan ha ordinato l’arresto del primo ministro Raja Pervez Ashraf e di altre 15 persone con l’accusa di corruzione, per delle decisioni prese quando era ministro delle risorse idriche nel 2010.

La decisione arriva in un momento particolarmente agitato della vita politica del Pakistan. Lunedì 14 gennaio decine di migliaia di persone hanno raggiunto Islamabad dopo due giorni di marcia guidata da Tahir-ul-Qadri, un importante leader politico e studioso islamico, per denunciare la corruzione nel governo e chiedere lo scioglimento di tutti i parlamenti, sia quello nazionale che quelli provinciali. Le forze di polizia pakistane hanno disperso i manifestanti sparando in aria e utilizzando gas lacrimogeni, per impedire loro di raggiungere la sede del Parlamento. Gli scontri sarebbero partiti dopo il lancio di alcune pietre contro gli agenti, come riferito dal ministro degli Interni pakistano Rehman Malik ai media locali, mentre secondo gli organizzatori la polizia avrebbe provocato i manifestanti. Secondo diverse fonti ci sarebbero numerosi feriti. Tahir-ul-Qadri dopo l’ordine di arresto del primo ministro ha pubblicato un tweet congratulandosi con la nazione e dichiarando che è stato realizzato metà del suo obiettivo.

Muhammad Tahir-ul-Qadri è un giurista pakistano, studioso dell’Islam, fondatore e leader del Minhaj-ul-Quran, un’organizzazione non governativa con centri in più di cento paesi del mondo (tra cui anche l’Italia, con sede a Bolzano), che lavora per la promozione della pace e dell’armonia tra le comunità e “per far rivivere gli immensi valori morali e spirituali dell’Islam”. Tahir-ul-Qadri è figlio di un importante intellettuale pakistano, Farid-u-Din al Qadri, ha ricevuto un’educazione eterogenea e ha ricevuto numerosi riconoscimenti accademici sia in Pakistan che in ambito internazionale. Ha vissuto in Canada dal 2006, dove ha ottenuto la cittadinanza canadese, e nel 2010 ha emesso da Londra una fatwa molto importante, un documento di 600 pagine in cui spiegava perché, secondo il Corano, gli attentatori suicidi sono da condannare come contrari ai veri precetti dell’Islam.

Tahir-ul-Qadri è tornato a vivere in Pakistan il mese scorso, attirando da subito attenzione con le sue forti richieste politiche, in vista delle elezioni che si terranno a maggio, le prime elezioni in un paese governato dai militari per metà della sua storia a sancire il passaggio da un governo all’altro dopo un intero mandato. Tahir-ul-Qadri ha chiesto lo scioglimento del Parlamento e il coinvolgimento dell’esercito e della magistratura nella formazione di un governo di transizione proprio per supervisionare le prossime elezioni. Ha inoltre chiesto che venga messo su un sistema in grado di verificare l’integrità dei candidati, per assicurarsi che abbiano pagato le tasse (un rapporto ha rilevato che il 70 per cento dei parlamentari non ha presentato la dichiarazione dei redditi) e che non abbiano usato la loro influenza per ottenere favori e prestiti agevolati.

Tahir-ul-Qadri ha alle sue spalle una macchina organizzativa molto importante: dal suo ritorno in Pakistan i canali televisivi hanno cominciato a trasmettere senza sosta spot per promuoverlo e i suoi manifesti sono dappertutto. Secondo i suoi oppositori Tahir-ul-Qadri vorrebbe imporre un governo tecnico e paramilitare proprio in un momento decisivo per la democrazia pakistana, dato che le sue richieste di maggiore trasparenza nel sistema politico sono già contenute nella Costituzione. Lui ha negato queste accuse sostenendo di voler “soltanto mettere in campo una vera democrazia”. Per questo motivo ha organizzato una grande manifestazione a dicembre a Lahore e la grande marcia che ieri ha raggiunto Islamabad, dopo essere partita sempre da Lahore domenica scorsa, coinvolgendo decine di migliaia di persone: per portare i manifestanti nella capitale pakistana pare siano serviti quasi 50 mila autobus.

Source : http://www.ilpost.it/2013/01/15/la-crisi-pakistana/

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